La diffusione delle tecnologie digitali in sanità pone una domanda concreta a Fondi sanitari, Casse, Mutue ed Enti di welfare contrattuale: come valutare, selezionare e integrare queste soluzioni nelle proprie coperture in modo coerente con la propria funzione?
L’articolo “Toward a Harmonized Health Technology Assessment Framework for Digital Health Technologies in Europe”, pubblicato su Value in Health nell’ambito del progetto europeo EDiHTA, offre spunti utili per affrontare questa domanda. Le tecnologie digitali sanitarie possono migliorare accesso, qualità, continuità e sostenibilità delle cure, ma gli strumenti tradizionali di Health Technology Assessment faticano a catturarne il valore effettivo. Si tratta di soluzioni che evolvono rapidamente, dipendono fortemente dal contesto organizzativo e dal modo in cui vengono usate da pazienti, professionisti e sistemi sanitari.
Indice
Il rischio: trattare il digitale come una voce di catalogo
Negli ultimi anni molti Enti hanno ampliato i propri piani includendo telemedicina, televisite, teleconsulti, second opinion, app di prevenzione, piattaforme di engagement, strumenti di monitoraggio, chatbot, soluzioni di intelligenza artificiale e percorsi digitali di presa in carico. Il problema ricorrente è che queste soluzioni vengono spesso trattate come prestazioni da acquistare e collocare a nomenclatore, senza una valutazione preliminare del loro valore sanitario, organizzativo, economico e sociale.
Cinque dimensioni da tenere a fuoco
1. Dalla logica di catalogo alla logica di governo
Una soluzione digitale non si valuta solo per il prezzo, la promessa commerciale o la facilità di inserimento nel piano sanitario. Le domande che contano sono altre: quale bisogno intercetta? Per quale popolazione? Con quali evidenze di efficacia e con quale profilo di sicurezza? Quale impatto produce sui percorsi di cura? Quali dati genera e come possono essere utilizzati per prevenzione, appropriatezza e continuità assistenziale?
2. Appropriatezza
La digital health funziona quando è orientata a obiettivi precisi: migliorare l’accesso per chi vive lontano dai servizi, rafforzare la prevenzione, accompagnare la gestione della cronicità, ridurre accessi impropri, sostenere l’aderenza terapeutica, semplificare il rapporto tra assistito ed ente. Perde efficacia quando viene proposta come risposta generalista, sostituto indistinto della relazione clinica o servizio aggiuntivo scollegato da un disegno sanitario coerente.
3. Misurabilità
Contare i download di un’app o il numero di televisite erogate dice poco sull’impatto reale di una soluzione. I KPI utili misurano altro: utilizzo appropriato, completamento dei percorsi, miglioramento dell’accesso, riduzione dei tempi di attesa, capacità di intercettare bisogni latenti, effetto sui costi evitabili, soddisfazione dell’assistito, integrazione con i servizi fisici, qualità del dato prodotto.
4. Governance dei dati
Ogni soluzione digitale genera, tratta o organizza informazioni sanitarie, aprendo questioni di protezione dei dati, interoperabilità, trasparenza algoritmica, responsabilità clinica, conservazione e sicurezza. Per la sanità integrativa, sempre più chiamata a dimostrare accountability e capacità di lettura dei bisogni, il dato non è un sottoprodotto tecnico ma una componente rilevante del modello di servizio.
5. Equità di accesso
Il digitale può ampliare l’accesso ai servizi, ma può anche accentuare le disuguaglianze se non tiene conto di alfabetizzazione digitale, età, fragilità, condizioni socioeconomiche, disabilità e capacità effettiva di utilizzo. Una prestazione digitale non è inclusiva per definizione: lo diventa solo se progettata tenendo presente la platea reale degli assistiti.
Un framework proporzionato per la sanità integrativa
Il progetto EDiHTA propone un framework flessibile, modulare e multistakeholder, applicabile a tecnologie diverse – telemedicina, app, AI – in contesti territoriali e a livelli di maturità tecnologica differenti, con attenzione anche alla prospettiva del payer.
Per la sanità integrativa italiana non si tratta di replicare i modelli pubblici di HTA, ma di costruire una versione proporzionata, operativa e coerente con la funzione degli Enti.
In pratica, ogni Fondo potrebbe dotarsi di una griglia di valutazione preliminare che risponda ad alcune domande essenziali:
- Qual è il bisogno sanitario o socio-sanitario che la tecnologia affronta?
- Quali evidenze supportano il suo utilizzo?
- Qual è il target corretto?
- Come si integra con le prestazioni già previste?
- Chi è responsabile clinicamente del percorso?
- Quali dati vengono generati e come vengono protetti?
- Quali indicatori consentono di valutarne l’impatto nel tempo?
Una questione di maturità
Il digitale non è un capitolo separato della sanità integrativa: è uno degli ambiti in cui la sua capacità di evolversi si misura concretamente.
Governato con attenzione, può aiutare gli Enti a passare da una funzione prevalentemente rimborsuale a un ruolo più attivo di orientamento, prevenzione, presa in carico e accompagnamento. Governato in modo approssimativo, produce frammentazione, duplicazione di servizi, aspettative non verificate e nuove forme di disuguaglianza.
La questione non è “inserire più digitale” nei piani sanitari, ma costruire criteri condivisi per capire quale digitale vale la pena integrare nei modelli di sanità integrativa, a quali condizioni, con quali responsabilità e con quali risultati attesi.
È in questa direzione che, come Welfare Nest, stiamo lavorando. Avvieremo un tavolo con i nostri membri della Community dedicato alla definizione di linee di indirizzo sul tema Digital health: un percorso che parte dall’esperienza di chi ogni giorno è a contatto con i bisogni degli assistiti, per costruire criteri condivisi, strumenti di valutazione e orientamenti operativi utili a muoversi con maggiore consapevolezza in un ambito in rapida evoluzione.

