Il 2 aprile la Commissione Bilancio del Senato ha bloccato l’emendamento Zullo – dal nome del primo firmatario, Senatore di Fratelli d’Italia – inserito nel Disegno di legge 1241 sulle prestazioni sanitarie.
L’emendamento, seppur circoscritto, proponeva modifiche rilevanti al sistema delle prestazioni erogate dai fondi sanitari integrativi.
Una decisione che riaccende il dibattito sulla necessità – e l’urgenza – di una riforma organica della sanità integrativa.
Ma da dove partire?
Molti osservatori richiamano il modello normativo del testo unico prendendo come esempio quello della previdenza complementare, settore per alcuni aspetti vicino ma per altri molto distante da quello sanitario, caratterizzato da multidimensionalità di modelli e soluzioni.
Quello della previdenza è un modello che punta a una tutela previdenziale molto differente dalla tutela della salute, molto più quantitativa e meno qualitativa, più facilmente gestibile per schemi anche quantitativi. Si tratta di un sistema costruito nel tempo su basi solide: norme chiare, soggetti abilitati ben identificati, un sistema di governance ispirato alla bilateralità e al mercato assicurativo-finanziario.
La sanità integrativa risponde a logiche diverse e, purtroppo, più complesse e mutevoli. È lecito chiedersi se la sanità integrativa – così com’è oggi – sia davvero riconducibile a un impianto altrettanto “unico” e rigido.
Negli anni, infatti, si è sviluppata lungo linee plurime e differenziate, con una varietà di soggetti, modelli organizzativi e soluzioni operative che impattano non solo sul sistema bilaterale e su quello assicurativo (che spesso ne rappresenta il veicolo), ma investono il mercato e il terzo settore.
Una riforma troppo pervasiva rischierebbe di snaturarne la natura stessa, minando la sua flessibilità e adattabilità ai bisogni reali degli iscritti.
Verso una riforma per priorità, non per uniformità
Ciò non significa rinunciare a una riforma. Al contrario: è proprio la complessità del settore a suggerire un approccio graduale, orientato per priorità.
Il primo passo dovrebbe essere il rafforzamento di principi già ben delineati nel decreto istitutivo del 1999, puntando su inclusività, trasparenza e integrazione con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
I primi passi, pochi ma ineludibili per un cambiamento sostenibile dovrebbero essere:
- Inclusione e accesso: estendendo l’accesso alla sanità integrativa anche alle categorie oggi escluse, attraverso regole fiscali più eque e uniformi.
- Trasparenza e governance: rafforzando i presidi di controllo, garantendo modelli di gestione chiari, efficaci e responsabili (risultato che ben si può raggiungere con l’emanazione del decreto attuativo previsto dall’art. 9 del D.Lgs. 502/92).
- Programmazione sanitaria integrata: promuovendo un modello proattivo che favorisca l’integrazione con il SSN. Non servono soglie rigide, ma norme promozionali che spingano i fondi a sostenere il sistema pubblico in ottica di complementarietà.
In una fase storica in cui la sanità integrativa sta crescendo rapidamente, con l’emergere di modelli gestionali eterogenei, occorre evitare scelte affrettate.
Serve visione, ma anche ascolto; perché solo attraverso una regolazione condivisa sarà possibile costruire un sistema più equo, trasparente e vicino ai bisogni delle persone.

